The OA - Chi la ama e chi la odia - Black Mària
lunedì, agosto 21, 2017
Black Mària

The OA – Chi la ama e chi la odia

The OA, la misteriosa ed intrigante serie originale Netflix, da quando ha debuttato sulla nota piattaforma di streaming, in un breve lasso di tempo – nella quale la serie non solo ha conosciuto un notevole successo, ma è anche stata rinnovata per una seconda stagione – ha creato intorno a sé una netta divisione fra ammiratori e detrattori che via via si è fatta sempre più marcata.

Ma qual è il motivo di tanto amore e odio verso il progetto dell’ormai consolidato duo composto da Brit Marling e Zal Batmanglij. Procedendo per punti e tipologia di spettatore, diviso in ammiratore e detrattore, cercheremo di indagare i motivi per la quale la serie ha diviso nettamente il pubblico; lasciando però da parte, almeno stavolta, divagazioni superflue e poco azzeccate sulla filosofia che pervade la serie.

L’Ammiratore:

  • Prairie Johnson aka Brit Marling: il primo punto condiviso da tutti gli amanti di The OA è la protagonista, nonché co-autrice dello script, Brit Marling. Alta, bionda, sorriso splendente e due occhi da far invidia: è il prototipo di una bellezza naturale che non ha bisogno di trucchi vari. Estetica a parte – la vera caratteristica che la rende attraente – è la sua voce, convincente e profonda a tal punto da catturare lo spettatore e renderlo parte attiva nella vicenda che ella stessa vive. Non a caso, il primo progetto targato Marling-Batmanglij si chiama Sound of my voice (Argomento sul quale ritorneremo presto)!
  • La storia nella storia: The OA è un esperimento di meta-racconto, c’è una narratrice con la sua splendida voce, c’è un gruppo di ragazzi che la sta ad ascoltare e ci siamo noi spettatori che pur essendo dietro uno schermo ci sentiamo parte di quei giovani. Prairie parla e noi ascoltiamo, ci lasciamo trasportare, condividiamo ansie e paure insieme a lei e ai suoi ragazzi e man mano che andiamo avanti siamo desiderosi di conoscere gli altri tasselli mancanti della storia. Siamo in uno iato perenne e ci piace così, solo l’incompleto ci soddisfa perché possiamo riempirlo a nostro piacimento, fantastichiamo e quasi ringraziamo Prairie che non ci dica altro.
  • Il percorso iniziato con Sound of my voice: i fan più sfegatati della coppia lavorativa avranno notato subito alcuni elementi in comune col loro primo – e già citato – progetto cinematografico. In Sound of my voice infatti vediamo dei punti in comune con The OA: a partire dalla presenza della Marling-narratrice che, come nella serie Netflix, anche qui si presta a raccontare la sua storia e ci troviamo coinvolti allo stesso modo in entrambi i casi. Il secondo elemento è l’acqua, ideologizzata come vita, come creazione – imprescindibile per l’uomo – e necessaria per la sopravvivenza. Il terzo ed ultimo elemento riscontrabile in entrambi i progetti è l’uso delle “mosse”: in SomV sono un saluto e lasciapassare, nella serie Netflix sono ancor più sviluppate, sia per quanto riguarda il significato che l’uso che ne viene fatto. Chi ha amato SomV ritroverà in The OA il naturale proseguo dello stile e dell’ideologia coraggiosamente portata avanti dai due.
  • La combinazione dei vari generi: una delle peculiarità di The OA è la difficoltà che ne deriva a catalogarlo in un genere preciso; è un thriller? È fantascienza? È tutto e niente, invece. Mischia sapientemente i vari elementi stilistici di molti generi seriali, prendendo in prestito di qua e di là e, per quanto cerca di osare, non scalfisce mai il già di suo precario equilibrio tra i generi e ciò lo rende – anche se inclassificabile – perfettamente catalogabile insieme a quel tipo di prodotto dedicato ad un pubblico che si pone continuamente quesiti di vario tipo, che non cerca un prodotto standard, ma qualcosa di forte e visionario.

Terminata questa analisi da ammiratore, passiamo ora a quella che farebbe un detrattore!

Il Detrattore:

  • Brit Marling aka Prairie Johnson: per lo spettatore/detrattore – come per l’ammiratore – il punto comune è sempre e comunque la protagonista, questa volta non più vista come una semi-dea ma come la persona più antipatica del mondo: saccente, inaffidabile: la classica persona insomma con la quale dopo due minuti di conversazione trovi subito la scusa pronta per salutare, o più o meno identificabile come l’amico delle medie che ha il cugino con la Playstation 5.
  • I buchi narrativi: non a tutti piace rimanere in uno stato di vuoto perenne, lo spettatore vuole tutto e subito. Lamenta una storia fatta di continui cali di tensione e vuoti narrativi (E qui sorge la domanda, scelta voluta o sceneggiatura carente?). Dipende da come la si guarda, sta di fatto che possono essere valide entrambe le teorie: da che parte volete stare, giustificare il tutto o accusare la serie di vuotezza?
  • Le ridicole mosse: non nascondo che chiunque possa provare un estremo imbarazzo quando vede le famose “mosse”. Perché inserire proprio questi “gesti”? Scelta puramente stilistica o con un significato specifico? Beh, il detrattore non la considera nessuna delle due – per lui è, semplicemente – un qualcosa di ridicolo e banale senza fine alcuno. Tutto ciò ha la parvenza di una forzatura radical chic, per far sembrare, nel complesso, il prodotto ancora più onirico e di difficile chiave interpretativa. La presunta saggezza dei due sceneggiatori qui sembra più mera e propria confusione.
  • Ma cos’è The OA? Cosa vuole essere? Perché ho sprecato il mio tempo? Queste sono le classiche domande che si pone lo spettatore deluso al termine della stagione, non si è inquadrato bene niente delle vicende narrate dalla serie. Lo spettatore ha solo un nulla in mano ed in mente, non ci ha lasciato il ben che minimo niente se non confusione e sconforto. Sconforto per averla vista e sapere che è stata rinnovata per un’altra stagione.

Proprio come la nostra protagonista mi sono voluto calare nella parte del narratore – immedesimandovi nella parte di due possibili spettatori – ora sta a voi decidere da che parte stare!

 

Facebooktwitter

About The Author

Calabrese e studente al DAMS, mi domando sempre cosa sarà del mio futuro, nel mentre amo il cinema: soprattutto i B-Movie e i film di Nanni Moretti.