Il diritto di contare - un nuovo quadro di terzo stato - Black Mària
lunedì, ottobre 23, 2017
Black Mària

Il diritto di contare – un nuovo quadro di terzo stato

Hidden Figures, dall’inglese: personaggi, ma anche cifre nascoste, è ben tradotto in italiano in Il diritto di contare dato che saper fare calcoli e conti è ciò che ha permesso il successo alle eroine di questa storia, e poiché essendo donne dovrebbero avere il diritto di valere e di conseguenza contare.

Tratto dal libro di Margot Lee Shetterly e diretto da Theodore Melfis, ottenendo la nomina agli Oscar come miglior film e come miglior sceneggiatura non originale, non è un lungometraggio eccellente, ma ha di sicuro un grande pregio: quello di raccontarci un fatto vero e universalmente importante per l’umanità. Il che non è certo cosa da poco, assurdo invece è che questo evento, accaduto più o meno sessant’anni fa, sia solo uno dei tanti passati inosservati… fin’ora.

Direte voi: “Se non è stato raccontato prima significa che non era poi così necessario”.

Voglio contraddirvi e anzi, sarete voi stessi a ricredervi.

La ragione per cui gli avvenimenti non sono stati esplicitati a dovere prima dell’uscita di queste due fonti documentaristiche, è a causa di una delle falle incomprensibili che attanaglia l’uomo, lo definisce rendendolo stupido; accade spesso quando si ha a che fare con grossi concetti come: discriminazione ed è proprio questo un caso. Discriminazione sessista oltre che razziale, con protagoniste delle donne; poiché che siano di colore è rilevate per il contesto storico.

Le figure femminili emergenti sono solo tre perché girare un film su trenta personaggi è un’impresa complicata. Quelle sulle quali ci si è focalizzati sono le afro-americane: Katherine Johnson -Taraji P. Henson- matematica addetta ai calcoli (di traiettorie e di tutto quello che non ho capito e non ricordo), Dorothy Vaughan -Octavia Spencer oltretutto candidata ad Oscar e Golden Globe come attrice non protagonista- la responsabile programmazioni, e Mary Jackson -Janelle Monáe- in veste d’ ingegnere aerospaziale. Esse, supportate da molte altre colleghe, aiutarono la NASA nella “corsa allo spazio” lavorando per il programma Mercury e consentendo all’astronauta John Glenn di orbitare attorno alla terra eguagliando così il russo Gagarin.

Anche se alcuni personaggi sono inventati a fini narrativi, come ad esempio quello di Al Harrison interpretato da Kevin Costner (sempre a suo agio in ruoli simili), e altre vicende riportate appaiono esagerate, come quella del gabinetto, che d’altro canto vi rimarrà più impressa; tutto concorre ad una giusta causa: la valorizzazione della storia.

Il problema si presenta dunque ben inscenato sullo sfondo della segregazione razziale, all’epoca ancora forte in America, e nel periodo di fervida competizione tra Stati Uniti e Russia. Sicché, analizzando con occhio antropologico: siamo alla NASA in un ristretto gruppo d’osservazione di cui una parte molto ma molto minore è costituita da donne, nere (poiché anche in quell’ambito la gente operava distinzioni con bagni e stanze calcoli o computer per persone di colore). Tra loro, tre individui del “gentil sesso” con uguali se non superiori capacità rispetto ai colleghi maschi devono, a differenza di questi ultimi, lottare per farsi strada e carriera; oltre che naturalmente portare avanti una famiglia. Risultato: tre super donne che hanno mosso il genere umano verso il progresso.

La cosa che deve far pensare è quanto la donna (nera, bianca,…gialla, blu, verde che sia -non importa il colore come nemmeno il sesso!-) in quanto considerata il genere debole, non abbia mai ricevuto l’attenzione, la considerazione e il rispetto che merita. Già tanto se chiedendo per strada la gente sappia chi sia Marie Curie.

Inutile dilungarsi ancora: essere donne non significa avere ogni mese un discreto numero di giornate “no” -sappiamo di essere insopportabili in quel periodo, lo siamo anche per noi stesse-, come nemmeno “angelo del focolare” con determinate doti e caratteristiche fisiche, che non sa difendersi o esprimere la propria opinione; essere donne vuol dire avere pari libertà e dignità.

Questo film ha il merito di mettere in luce questo diritto: il diritto di contare, contare quanto gli uomini.

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Con la possibile convinzione di non essere sicura di nulla, nemmeno delle mie capacità, convivo con la passione per l'arte in tutte le sue espressioni. Ho tanti, forse troppi, interessi, ma la monotonia mi ha sempre dato noia.