Halloween - La notte dello Slasher - Black Mària
lunedì, giugno 26, 2017
Black Mària

Halloween – La notte dello Slasher

Quanti capi d’opera si possono contare nella filmografia di John Carpenter?

Dal fanta-noir post-apocalittico di 1997: Fuga da New York, iniziatore assieme a Mad Max 2 del filone post-nucleare dei primi anni ’80, fino all’action-horror in salsa western di Vampires la sua è di certo una carriera piena di capitoli imprescindibili per il cinema di genere.

Ma come tutti i suoi coetanei, anche Carpenter non ha fatto altro che rielaborare in chiave moderna e politica istanze e filoni classici del cinema, americano e non. Operazione che vale anche per il suo film più saccheggiato, quell’ Halloween- La Notte delle Streghe che portò alla ribalta lo slasher a partire dal 1978 con una formula più volte imitata, ma mai eguagliata.

Formula in realtà basata su due fonti di ispirazione mai negate; la prima è il cinema di Dario Argento, da lui osannato in più occasioni, i cui virtuosismi visivi sostituiscono qui il suo piglio classicista. La seconda è un piccolo film del 1974, un thriller canadese diretto dall’artigiano Bob Clark e per lungo tempo obliato, Black Christmas, vera e propria sovversione filmata del classico thriller hitchcockiano dalla cui visione Carpenter fu folgorato.

Al punto che, inizialmente, Halloween avrebbe dovuto essere un sequel di quella pellicola, ma che è presto diventato una storia a sé stante a causa del disinteresse dei suoi autori. Eppure, i tratti essenziali del capolavoro carpenteriano provengono dritti da lì: le soggettive del killer, così come il body count e l’ambientazione, differenti dal vero caposaldo del filone, Reazione a Catena di Bava.

Ma Carpenter non si limita a copiare, accusa vana se si tiene conto di come anche questo debito di ispirazione non è mai stato celato. Va anzi oltre e perfeziona quegli stilemi sino a farne pura arte.

L’incipit, tutto girato in prima persona, sciocca grazie alla sua conclusione, quella scoperta dell’identità del killer ancora infante. Così come la suspense viene costruita poco alla volta, montando piano nella prima parte, sino ad esplodere nella seconda. Mentre la graficità delle morti viene del tutto evitata, anche per motivi di budget. A Carpenter non interessa tanto lo shock della morte in sé, quanto la tensione dovuta all’incapacità di prevedere le mosse dell’assassino, ottenuta grazie ad uno stilema in parte inedito, ossia l’utilizzo del punto di vista esclusivo delle vittime durante le sequenze di assassinio.

Il ruolo del dottor Loomis, moderno Van Helsing perso in una crociata contro il Male, così come quello dello sceriffo Brackett, è del tutto accessorio e serve più che altro a dare un contesto al personaggio di Michael Myers.

Le vere vittime sono loro, le baby sitter perse nella notte di Ognissanti, tutte ragazze, tutte impotenti di fronte alla furia cieca di Michael.

Ma Halloween non è unicamente un vezzo di genere per intrattenere, quanto anche una riflessione riuscita sul concetto di “Male”.

Un male che ora ha fattezze umane immediatamente riconoscibili (lo smascheramento dell’assassino è in tale frangente la scena più scioccante, in cui si scopre come il suo volto sia quello di un ragazzo qualsiasi) e che si aggira per quella suburbia solitamente vista come foriera di tranquillità.

Gli “Happy Days” sono finiti, la provincia americana ha perso la sua innocenza ed il castigo per il libertinaggio è ora totale ed inappellabile.

Ma ancora più scioccante è quel finale, dove la tranquillità di una risoluzione viene negata; il nuovo Male non può essere sconfitto, né ignorato. Può solo essere contenuto. Forse.

Facebooktwitter

About The Author

Lucano di origine, formatosi a Firenze e laureato alla Scuola Nazionale di Cinema Indipendente; cinefilo incallito, divora tutto: da Kubrick alla Troma.