Recensione - Hardware - Tecnologia Mortale - Black Mària Blog
lunedì, agosto 21, 2017
Black Mària

Hardware – Tecnologia Mortale

Hollywood la macchina dei sogni, Hollywood la terra promessa, Hollywood la grande ammaliatrice, la Mecca del Cinema che tanti giovani talenti attira solo per distruggere a suon di compromessi e conformismo; Hollywood è sicuramente un crocevia essenziale per chiunque sogni di raggiungere la fama o di creare pellicole con valori produttivi talvolta anche semplicemente adeguati alle proprie ambizioni. Salvo poi cadere vittima dello strapotere e dell’ignoranza dei produttori.
Le storie di giovani filmmaker imberbi ed assetati di fama la cui carriera viene maciullata dagli ingranaggi del sistema hollywoodiano sono sempre esistite e sempre esisteranno (basti vedere cosa accaduto di recente a Josh Trank e Mark Landis), ma se c’è una parabola hollywoodiana che potrebbe assurgere a vero e proprio paradigma è quella di Richard Stanley, il quale esordisce nel 1990 con il cult Hardware per poi venire immediatamente inglobato e rigettato da quel sistema, sino alla sofferta decisione del ritiro dalle scene.

imageEppure quel suo primo lungometraggio, l’unico su cui abbia avuto il pieno controllo, è davvero un piccolo gioiello di fantascienza folle, un mix bizzarro ed affascinante di cyberpunk e visioni post-apocalittiche.
Facile intuire l’input alla base del progetto: il racconto “Shok!” apparso sulle pagine della mitica rivista 2000AD, il cui stile trasuda in ogni scena del film; la fantascienza folle, visionaria e grottesca di Judge Dredd e soci viene traslata su schermo in modo fedele. Hardware è un vero e proprio mix di influenze eterogenee: il mondo desertico post-atomico di Mad Max 2, le città fatiscenti, dove ciclopici palazzi danno rifugio a quel che resta dell’umanità come in Brazil, immersi in colori al neon e luci stroboscopiche come in Blade Runner, mentre un androide assassino perseguita una giovane donna come in Terminator. Il tutto al servizio di una storia basica: il cacciatore di rottami Mo (McDermott) compra da un suo rivale i resti del prototipo di un robot da guerra, il M.A.R.K. 13, scambiandolo per un androide di servizio, al fine di regalarlo alla sua fidanzata, la scultrice Jill (Stacey Travis); nell’appartamento della donna, l’essere si riattiva e comincia a perseguitarla.

imageNulla di più. Sarebbe quindi d’obbligo aspettarsi il classico slasher-horror, dove l’unico guizzo di originalità viene dato dall’ambientazione; ma sarebbe un errore: lo stile di regia ed alcune intuizioni narrative rendono Hardware una pellicola davvero folgorante.
La regia di Stanley si rifà ai classici del cinema di genere moderni: Evil Dead per l’uso dei movimenti di macchina in soggettiva, Highlander- L’Ultimo Immortale per l’uso espressivo del montaggio e persino l’allora recente Tetsuo, dal quale vengono riprese diverse soluzioni visive ma anche il tema dello scontro tra la carne e metallo.
Hardware è un film di puro montaggio, dove i tagli veloci e le inquadrature strette suppliscono agli scarsi valori produttivi per dare vita ad un mondo visionario, una post-apocalisse cinta tra le mura domestiche, fintamente sicure, nel quale il mostro è quella tecnologia da cui l’uomo ancora dipende.
Il mondo moderno è scomparso, la società è ridotta ad un gigantesco “slum”, un inferno industriale nel quale vagabondi e senzatetto costituiscono la nuova umanità.

imageLa tecnologia domina le vite dei comuni: l’appartamento di Jill è tenuto sotto controllo da una gigantesca console di comandi. Ma al contempo, la tecnologia è un rudere, un cumulo di scarti e ferraglia avulso da ogni forma architettonica, è un elemento alieno, distaccato rispetto al resto delle scenografie e degli ambienti. Da qui l’androide, ossia spazzatura che riprende vita: una tecnologia impossibile da fermare, in grado di ricrearsi da zero divorando ogni cosa che ha davanti, una tecnologia che dovrebbe servire l’uomo, ma che finisce per distruggerlo, per dilaniarne le carni in un impeto omicida privo di giustificazione. La tecnologia distrugge l’uomo, essa è per sua stessa indole forza disgregatrice, distruttrice, il cui unico scopo è maciullare, fare a pezzi, smembrare le carni dell’essere umano (lo conferma la citazione biblica, inventata dagli autori, “Nessuna carne sarà risparmiata”); una forza distruttrice che non può essere fermata con la violenza, con il ricorso alle armi convenzionali, essendo essa stessa violenza, ma, per beffa, solo con l’acqua, ossia la fonte stessa della vita.
La visione di Stanley non è però ancorata alle regole del cinema di genere: il ritmo è lento, quasi ipnotico anche nel terzo atto, l’azione e la violenza esplodono con fragore senza preavviso per poi tornare a nascondersi tra le ombre dell’appartamento o i vicoli luridi della metropoli. Il ritmo interno delle singole scene è scandito dal montaggio frammentato, che spezza ogni azione in più segmenti e li alterna ai dettagli. Non c’è linearità nella messa in scena: come l’androide assassino, lo stesso film è un insieme di “rottami” che si coagulano per creare un unico essere.

imageAllo stesso modo, l’influenza eterogenea dei vari registri si fonde in un unico stile, nel quale Stanley fa confluire una venatura grottesca degna erede delle pagine di 2000AD: la violenza viene elevata oltre il parossismo e i personaggi sono tutti sopra le righe, come il vicino di casa guardone, vero esempio di scrittura grottesca applicata all’horror.
Claustrofobico, visionario e a suo modo originale, Hardware è una pellicola che vive di mille influenze, ma davvero poco convenzionale, un cult che merita il suo status e la cui visione fa rimpiangere la triste sorte toccata al suo autore.

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About The Author

Lucano di origine, formatosi a Firenze e laureato alla Scuola Nazionale di Cinema Indipendente; cinefilo incallito, divora tutto: da Kubrick alla Troma.