Maniac Cop - Un successo ingiustificato - Black Mària
venerdì, giugno 23, 2017
Black Mària

Maniac Cop – Un successo ingiustificato

Parlando di gemme nascoste o piccoli cult nel panorama del cinema horror, spesso viene citato il misconosciuto Maniac Cop, primo capitolo di una trilogia omonima cominciata nel 1988 e conclusasi nel 1993, distribuita in Italia in modo cialtronesco, ribattezzando i tre film come Poliziotto Sadico per Manic Cop, Manic Cop- Il Poliziotto Maniaco per il secondo capitolo Maniac Cop 2 (ma che sul sito italiano di IMDB viene stranamente archiviato come Senza Limiti 2, come se fosse il sequel del precedente film di Lustig, vai a sapere il perché) e ManiacCop 3- Il Distintivo del Silenzio per il terzo capitolo omonimo.

Caos distributivo che non ne ha intaccato la fama nel nostro paese; anche se per una volta si può davvero parlare di pellicola di culto davvero sopravvalutata.

Il che è un peccato se si pensa ai nomi coinvolti; Maniac Cop nasce infatti dall’incontro tra il veterano dell’exploitation William Lustig, già autore dello splendido quasi omonimo Maniac, con quel Larry Cohen regista di punta di quella serie B americana “nobile”, contando tra i suoi lavori anche Baby Killer e Il Serpente Alato, piccoli horror il cui seguito è davvero meritato. Nel cast ritroviamo invece almeno tre volti arci-noti agli appassionati: Bruce Campbell, che di certo non ha bisogno di presentazioni, Tom Atkins, attore feticcio di John Carpenter nei primi anni ’80 e Richard Roundtree, il mitico detective Shaft. Senza contare il compianto caratterista Robert Z’Dar, il cui faccione subito riconoscibile tanto ha dato al cinema di genere.

Manic Cop è un mix di generi che si amalgamano tutto sommato bene: ad una struttura da slasher horror si aggiunge una pista investigativa sull’identità del killer, con tanto di colpo di scena ben assestato a metà film e finale da action movie dell’epoca. Un’unione tipicamente 80’s, non un’ibridazione vera e propria quanto una congiunzione tra le istanze di riferimento.

Anche la figura del killer è per certi versi originale: Matt Cordell è un ex sbirro giustizialista e dai modi spicci che torna dal mondo dei morti per vendicarsi dei torti subiti.

Malauguratamente non tutto fila liscio: ad una buona unione di generi si scontra un’esecuzione mediocre.

Proprio la figura di Cordell è la più penalizzata. L’idea di creare uno slasher villain simpatetico, ma anche inquietante non era cosa semplice da portare a compimento. Cordell riesce sì ad essere spaventoso, soprattutto grazie alla fisicità gigantesca ed ingombrante di Z’Dar, ma la sua storia è piatta, manca di mordente, la sua vendetta pretestuosa, finanche ridicola quando si tiene conto di come non abbia senso, per lui, uccidere degli innocenti. Tanto che non si riesce mai a provare vera empatia nei suoi confronti, divenendo presto una vera e propria versione urbana di Jason Voorhees.

Lustig, dal canto suo, non riesce a ritrovare la forma di Maniac; la New York qui ritratta sarebbe perfetta per un normale poliziesco, ma è troppo pulita per un horror metropolitano. Allo stesso modo, non controlla la tensione, quasi sempre inesistente, né risulta originale nella messa in scena degli omicidi.

Tutta la vicenda risulta così piatta, fredda, monotona. L’intreccio giallo non coinvolge più di tanto, quello horror non convince. Tanto che alla fine ci si chiede davvero perché questo malriuscito mix abbia riscosso così tanta attenzione.

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About The Author

Lucano di origine, formatosi a Firenze e laureato alla Scuola Nazionale di Cinema Indipendente; cinefilo incallito, divora tutto: da Kubrick alla Troma.